L’8 marzo non è una ricorrenza fatta di mimose e auguri di circostanza. È un giorno nato per ricordare che il cammino verso la parità di diritti è stato, ed è tuttora, segnato da resistenze feroci. Se dovessi scegliere un volto che incarni questa lotta tra la luce della ragione e il buio dell’intolleranza, quel volto sarebbe quello di Ipazia, l’archetipo dell’intelligenza che sfidò la società patriarcale.
La biblioteca di Alessandria: un simbolo di conoscenza scomoda
Fin da piccola non riuscivo a spiegarmi perché la Biblioteca di Alessandria, la più grande del mondo conosciuto, fosse stata distrutta. Per me, bruciare un libro è un sacrilegio: è il tentativo di annientare non solo la conoscenza, ma l’anima stessa dell’umanità. E questa distruzione avvenne ripetutamente. Le fonti storiche indicano diverse date ancora controverse: un incendio nel 48 a.C. durante la campagna di Giulio Cesare, un altro nel 272 d.C. sotto l’imperatore Aureliano, e possibili danni nel 391 d.C. legati all’editto di Teodosio o nel 642 d.C. durante la conquista araba di Amr ibn al-As.
La conoscenza era talmente scomoda che subì attacchi ripetuti nel tempo. Sento una forte risonanza in questi fatti storici che risuonano simbolicamente col destino di molte donne dotate di un’intelligenza che faceva tremare il potere.
Ricordo ancora quando, anni fa, vidi per la prima volta il film Agorà. Mi colpì come un pugno allo stomaco. La misoginia del patriarcato non si limitava a togliere spazio e potere alle donne, ma pure l’immane conoscenza che portavano non meritava di sopravvivere.
Da donna, questo resta un fuoco che brucia dentro di me: visceralmente, non sopporto che l’uomo metta a tacere l’intelligenza della donna, che sia con la distruzione o l’appropriazione. Nella storia ci sono troppi esempi come questi. Troppi.
Eppure, è ciò che accade ogni volta che il potere politico, economico o religioso, si sente minacciato. Ipazia non fu solo una vittima; fu una martire della libertà di pensiero, uccisa nel marzo del 415 d.C. nel clima di tensioni tra cristiani e pagani, fomentato da Cirillo, perché troppo colta, troppo libera e, soprattutto, perché era una donna che osava insegnare agli uomini. Questo dimostra quanto la conoscenza fa tremare il potere.
Chi era davvero Ipazia, nascita di un archetipo femminile
Figlia di Teone, direttore del celebre Museion, Ipazia non fu solo un’allieva brillante, ma una scienziata che superò i maestri del suo tempo. In un’epoca in cui il pensiero misogino aristotelico relegava la donna a una “naturale” inferiorità (sic!), le sue lezioni su Tolomeo e la sua competenza matematica mantennero viva la tradizione astronomica ellenistica, alimentando un patrimonio di conoscenze che avrebbe attraversato i secoli fino alla rivoluzione scientifica.
Ma la sua “colpa” non era solo sapere; era insegnare. Ipazia parlava agli uomini, guidava la Scuola Neoplatonica e partecipava alla vita pubblica con una “magnifica libertà di parola“, come scrisse lo storico Socrate Scolastico.
Lettura simbolico-archetipica di Ipazia di Alessandria
Ipazia d’Alessandria non è solo un archetipo forte, ma manifesta, come ogni essere umano, una costellazione archetipica significativa che ricondurrò alla mitologia greca.
L’archetipo mitologico che Ipazia incarna maggiormente è certamente Atena. Dea vergine della saggezza, della ragione, della filosofia e delle arti tecniche (matematica, astronomia) e della strategia militare, ma anche origine della medicina per la sua connessione intima e arcaica con Medusa, di cui raccolse il sangue e ne fece dono ad Asclepios (Esculapio). Si tratta di un archetipo con azione manifesta prevalentemente mentale, intellettuale (insegnamento, ricerca, osservazione).
Ma l’Elemento archetipico che alimenta non è l’Aria intellettuale, ma una combinazione passionale, legata al Fuoco.
Elemento archetipico: il Fuoco

© Foto di Evgeniya Litovchenko su Pexels
Il Fuoco di Ipazia è sfaccettato, di natura opposta e complementare.
Da una parte manifesta, mostrata al mondo, è il Fuoco di Prometeo, un fuoco rivoluzionario, che si oppone a regole granitiche, cerca il cambiamento, la trasformazione. È un fuoco alchemico, potente, basato sulla trasmissione. È la passione per l’insegnamento, il fuoco interiore che arde e muove l’intelletto (aria), lo vivifica e, talvolta, consuma.
Ma questo Fuoco diventa anche luogo con forza centripeta. Ipazia attira a sé chi cerca la conoscenza come un faro in mare. Illumina la notte dell’ignoranza, raggruppa intorno a sé, diventa centrale, quasi materna nel creare un nucleo di menti brillanti e ricercatrici che cerca di nutrire e sostenere. Il suo movimento è magnetico. Agisce come un centro gravitazionale.
Questo, è il Fuoco di Estia, il fuoco del focolare, che il nostro immaginario occidentale relega spesso al fuoco che fa bollire le pentole. Ma il focolare nell’antichità era così sacro da essere connesso alla sopravvivenza stessa, non solo fisica ma cognitiva, psichica. Era sì, il fuoco che scaldava e permetteva la cottura, ma era anche il fuoco che riuniva la comunità intorno a sé. Estia era il fuoco sacro delle storie. E qui ritroviamo l’aspetto educativo, pedagogico, ma traslato sul piano spirituale. Dopotutto, Ipazia era neoplatonica, seguiva una delle correnti mistiche più complesse e avanzate dell’epoca.
Se vogliamo riunire in un’immagine questo fuoco trasformativo e centro gravitazionale di Ipazia, non possiamo che pensare al Sole. Secondo questa lettura, Ipazia è un archetipo incarnato maggiormente solare. E questo al livello inconscio può disturbare molto in una società misogina che cerca di diminuire il potere femminile.
La paura del potere incarnato dalle donne
Perché Ipazia faceva così paura? Forse perché incarnava quel divino equilibrio tra forza maschile e femminile che il mondo antico stava smarrendo. Per secoli si è discusso se la donna avesse un’anima, considerandola spesso un essere inferiore. Ipazia, essendo neoplatonica, credeva invece che l’anima non avesse sesso e che la virtù fosse accessibile a chiunque tramite lo studio: uomini e donne.
C’è un’inconscia paura in una parte dell’umanità di fronte a un essere che genera vita e che, al contempo, rivendica il diritto di generare idee. La donna per l’uomo è rimasta a lungo un mistero. E ciò che fa paura, spesso, viene percepito come da distruggere.
Quando il cristianesimo divenne religione di stato e il patriarca Cirillo prese il potere ad Alessandria, Ipazia divenne il bersaglio perfetto. Fu trascinata fuori dal suo carro, spogliata, fatta a pezzi con dei cocci e bruciata. Volevano cancellarne ogni traccia, ma hanno ottenuto l’esatto opposto: l’hanno resa immortale.

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Il patriarcato, le radici di un sistema squilibrato
Per capire la fine di Ipazia, dobbiamo dare un nome al sistema che l’ha condannata: il patriarcato. Spesso pensiamo che sia lo stato “naturale” delle cose, ma la storia e l’antropologia ci dicono altro.
Le origini, quando l’equilibrio si è spezzato
Il patriarcato non è sempre esistito. Molti studiosi, tra cui l’archeologa Marija Gimbutas ne Il linguaggio della Dea, hanno documentato l’esistenza di società preistoriche matrifocali nell’Antica Europa. E qui, ritroviamo il fuoco di Estia nell’etimologia del termine: “matrifocale” deriva dal latino mater (“madre”) e focus (“focolare”, “centro”).
Le società matrifocali erano civiltà stanziali, pacifiche e basate sull’uguaglianza, dove il culto della Grande Madre rifletteva il rispetto per la rigenerazione e la terra.
La rottura avvenne con le invasioni di popolazioni nomadi tra il 4000 e il 3000 a.C., che portarono una struttura sociale gerarchica e guerriera. Anche lo storico Gerda Lerner, ne La creazione del patriarcato, spiega come l’appropriazione della capacità riproduttiva femminile da parte degli uomini sia stata la prima forma di “proprietà privata” della storia.
Da quel momento, il Divino Femminile è stato demonizzato. Ecco perché oggi è importante nutrire l’archetipo della donna saggia e potente dentro di noi che Ipazia rappresenta.
Gli effetti del patriarcato sulla società
Il sistema patriarcale è una gabbia che impoverisce l’intera umanità negando alle donne la parità di diritti, spazio e potere che le spettano di nascita, e imponendo agli uomini stessi un modello squilibrato, malsano comportamentale e ideologico che mina libera espressione cognitiva e emotiva. E che sotto mentite spoglie, li sfrutta a fine utilitaristico. Facendo però leva sull’idea che “l’uomo è superiore alla donna”, l’uomo si scaglia contro di essa invece che allearsi a lei per lottare contro il sistema che li tiene entrambi in catene.
Quando un sistema cerca di spegnere letteralmente la luce della metà del cielo, accade che l’Ombra collettiva dell’umanità cresce. Molte religioni chiamano questa Ombra “Male”, come se fosse una verità ontologica. Ma le dinamiche che possiamo osservare ci mostrano che non esiste questo “male” all’infuori dell’Umano, è quella parte che Carl G. Jung definiva come archetipo fondamentale della psiche umana che rappresenta gli aspetti inconsci, repressi o non riconosciuti della personalità.
Nella società patriarcale, la donna è rimossa, esattamente come un contenuto psichico collettivo. E ne ritroviamo gli effetti esplicati anche in modo simbolico.
E questa rimozione collettiva del femminile ha effetti devastanti per il mondo, e porta a:
1. La soppressione del talento
Quante “Ipazie” abbiamo perso? Quando metà della popolazione viene esclusa dalla scienza, il progresso dell’intera specie rallenta. Quante donne si sono viste sottrarre le loro innovazioni, i loro progetti? Quante hanno dovuto rinunciare al loro nome e adottare un pseudonimo maschile per poter far sentire la propria voce, vedere le loro creazioni finalmente accettate nel mondo?
2. La Cultura della violenza
Quante vittime sono state silenziate? Quante atrocità sono state compiute sul corpo delle donne? Questa cultura impone all’uomo una mascolinità tossica basata sul dominio. Questo genera frustrazione che spesso esplode in violenza di genere che portano a fenomeni che sono sotto i nostri occhi ogni giorno. La violazione dell’intimità delle donne, scambiata come merce o approvazione sociale in gruppi social. Il ricatto morale per disporre del proprio corpo con libertà, così come fanno gli uomini, la violenza normalizzata con la quale la giustizia ignora e spesso colpevolizza le vittime di abusi sono figli di pensiero di questo sistema squilibrato.
Allo stesso tempo, gli uomini con solidi principi, etica e morale vengono derisi o ignorati, giudicati da chi attua comportamenti inopportuni (o peggio). La mascolinità sana, coraggiosa, collaboratrice non trova spazio.
La cultura patriarcale è una cultura predatoria che impoverisce, saccheggia, ruba, distrugge. Una cultura che, nei fatti, risponde di più all’impulso di morte che all’impulso di vita.
3. La distruzione del pianeta
Come viene trattata Madre Terra? Il dominio dell’uomo sulla donna rispecchia il dominio predatorio sulla natura. Senza “cura”, non c’è futuro. E qui la lettura di quanto accade al livello globale si fa drammaticamente simbolica. La Madre Terra viene considerata soltanto per la sua capacità (ri)produttiva.
La capacità di proteggere il bello, il diverso, la sua capacità di esistere a prescindere dell’Uomo non viene contemplata, ma osservata soltanto da un punto di vista utilitaristico, capitalistico.
Predatorio, appunto.
4. Lo squilibrio spirituale
Dove sono finite le dee dell’antichità, Gea, Gaia, Pachamama, Inanna,…? Viviamo una spiritualità monca, priva della “danza degli opposti” che genera armonia. Si pensa al femminile come al lunare, accogliente, di cura, dimenticando l’aspetto liminale, trasformativo, distruttivo, solare. C’è stata qui una modifica culturale, simbolica e intellettuale del sacro che ha portato ad un approccio a metà. Lo ha riscritto, epurato del femminile, razionalizzato in senso androcratico.
Questi quattro aspetti fanno eco a quattro energie fondamentali:
- Creatività- Fuoco
- Affetti – Acqua
- Ecologia- Terra
- Intelleto- Aria
Vediamo quanto la predazione sia sistemica anche al livello simbolico? Queste quattro dimensioni non sono casuali ma corrispondono ai quattro elementi, alle quattro direzioni della ruota di Medicina, che in questo caso viene portata in una dimensione velenifera. Ci resta il Centro per riportare equilibrio. Ci resta la nostra Essenza. Ma il cambiamento necessita di trasformazione, e questo ci mostra una via precisa d’azione, anche se solo simbolica all’inizio, di cui parlerò tra poco.
Le dee antiche erano custodi della danza tra vita e morte, generazione e distruzione. Trasformazione. Ne parlò abbondantemente Marija Gimbutas nelle sue opere. Questo oblio archetipico ha conseguenze sul nostro psichismo che si traduce nel modo in cui agiamo nella nostra realtà. Di questo aspetto psichico delle antiche divinità parlò in modo approfondito lo psicanalista e filosofo James Hillman.
È inutile lottare contro il patriarcato. Però…

Foto di Samantha Sophia su Unsplash.com
Mi costa scrivere questo, ma è così. Il sistema patriarcale è diventato una pianta malata che ha radicato fin troppo nel tempo e nello spazio per essere estirpata. Ma ciò non significa che il mondo debba continuare a seguire le sue leggi, anzi. Ma non si libera la società da un sistema disfunzionale usando le sue armi. Occorre cambiare.
Il patriarcato cade quando il sistema predatorio basato sulla paura fallisce: quando gli uomini fanno spazio alla luce e le donne smettono di nasconderla.
Una pianta, seppure immensa e con molteplici risorse muore quando non trova più nutrimento. Questo sistema malato va abbandonato a se stesso. Finirà per fare come alcune erbe infestanti che non trovano più nutrimento: riassorbono l’energia dai propri frutti.
Ogni struttura basata su dominio, paura e predazione tende a implodere se perde consenso, nutrimento culturale, legittimità simbolica.
Quindi non dobbiamo sprecare le nostre energie nel lottare contro il patriarcato, perché di queste nostre reazioni si nutre. E non possiamo più permetterlo.
Quello che possiamo fare è impiegare la nostra energia, la nostra intelligenza, la nostra creatività nel creare un sistema NUOVO: collaborativo, inclusivo.
Non predatorio, ma rigenerativo.
Cosa possiamo fare?
Oggi la storia di Ipazia non è un reperto archeologico, ma un monito: ci insegna che la cultura è la nostra unica vera difesa contro la violenza.
Se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo ripartire dall’educazione. Dobbiamo aiutare i figli e le figlie a conoscersi e a rispettarsi, uscendo dalla logica del dominio per entrare in quella del camminare fianco a fianco.
Occorre sostenere le bambine che nutrono interessi verso le scienze, le tecnologie sin dai loro primi passi a scuola. Dobbiamo dare loro esempi di riferimento, raccontare loro storie di donne coraggiose e soprattutto rivendicare che la verità venga dichiarata nei libri di scuola e non più incentivare una narrazione distorta dell’uomo-conquistatore civilizzatore. Dove c’è predazione, non c’è civiltà.
E noi donne impariamo a conoscere noi stesse. Disintossicare il nostro sguardo dal maschilismo interiorizzato nel tempo per sopravvivere fisicamente, psicologicamente.
La Terra è giunta a un punto di rottura con l’umano. Molte civiltà tradizionali ci raccontano da decenni che la salvezza passerà per la donna. Ma è una scommessa, non una profezia: dobbiamo fare, agire, far sentire la nostra voce, riprendere il nostro spazio e fare ciò che sappiamo fare naturalmente: COLLABORARE.
Non predare, non appropriarsi di ciò che appartiene agli altri, ma creare, rigenerare, trasformare.
Se siamo soglie (ed è una verità simbolica quasi ontologica), ne abbiamo la facoltà.
E visti i tempi, è diventato un nostro dovere.
8 Marzo, come onorare l’archetipo che Ipazia rappresenta

Onorare questo 8 marzo, Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne, significa riprendersi lo spazio che Ipazia ha difeso con la sua vita: quella della conoscenza, dell’innovazione, del potere generativo. Perché questo è il vero potere dell’insegnamento: è seminare in menti brillanti affinché possano alla loro volta crescere, fruttificare, seminare idee nuove, tecniche nuove, conoscenze nuove.
Ecco alcuni suggerimenti pratici per celebrare questo 8 marzo.
Per le donne: riconnettersi all’archetipo di Ipazia
Investi nella tua formazione. Dedica tempo a un libro o un corso. La conoscenza è la tua prima forma di libertà.
Riconosci il tuo valore. Smetti di sentirti a disagio o chiedere il permesso per essere intelligente, colta, creativa. La tua luce non deve spaventare nessuno. Manifestati, brilla, fai sentire la tua voce.
Fai rete. Supporta un’altra donna. La solidarietà femminile è l’unico argine contro una società patriarcale che vuole dividerci.
Per gli uomini: diventare alleati, non rivali
Ascolta senza interrompere. Il primo passo è l’ascolto empatico delle esperienze femminili senza prevaricare.
Educa altri ragazzi e uomini. Se senti commenti sessisti in un gruppo di uomini, non tacere. Parlare è coraggio.
Condividi il carico. La parità inizia in casa con una reale divisione delle responsabilità e del peso mentale.
Per la Coppia: camminare fianco a fianco
Provate il dialogo sull’Equilibrio. Chiedetevi onestamente: “In cosa non siamo ancora pari?” e cercate un nuovo accordo.
Condividete la conoscenza. Insegnatevi a vicenda ciò che sapete fare di meglio.
Leggete insieme la storia di una donna che ha cambiato il mondo o guardate un film come Agorà. Scoprite le storie delle “Donne invisibili” che hanno cambiato la storia. Parlatene. Confrontate i vostri punti di vista, non per capire chi ha ragione, ma per muovere un pensiero che possa arricchirsi delle vostre visioni differenti.
Create assieme un rito del Rispetto. Riconoscete l’uno nell’altra la scintilla divina. Non siete opposti, ma forze necessarie per l’armonia dell’Universo. Usate simboli che parlano di voi e create uno spazio di scambio e arricchimento tra voi.
Andate oltre il duale. È in quello spazio condiviso con armonia e equilibrio che nasce la possibilità.
E il mondo ha tremendamente bisogno oggi di nuove possibilità.
Non solo mimosa, riappropriamoci del nostro fuoco
La narrazione dell’8 marzo commemora la morte di donne operaie in un incendiol’8 marzo 1908 (o 1911), ma si tratta di un falso storico. Ciò che tuttavia è reale è l’uso del fuoco contro le donne attraverso la storia. Se la donna sin dall’antichità era la custode del fuoco sacro (e lo è tutt’ora col fuoco di Kildare), l’uomo ha usato il fuoco che le apparteneva contro di lei (violenza, tortura, roghi,…), privandola del suo elemento.
Ci hanno insegnato ad avere paura del fuoco e abbiamo attuato su noi stesse una rimozione simbolica potente e dannosa: abbiamo iniziato ad avere paura della nostra luce.
Il fuoco che ha ucciso le donne non era il loro fuoco: era il fuoco del sistema che le sfruttava, che voleva distruggere il loro sapere, che le rinchiudeva in fabbriche sbarrate, che non riconosceva il valore della loro vita. Era un fuoco predatorio.
Rinunciare al fuoco per paura di quel ricordo significherebbe lasciare che siano ancora loro a decidere cosa appartiene alle donne e cosa no. Accendere una candela l’8 marzo è un atto di riappropriazione simbolica.
Significa restituire il fuoco sacro alle donne, il fuoco di Estia, di Brigid, di Mama Nina che riunisce, trasforma, sorregge la vita e illumina.

Foto di cottonbro studio su Pexels.com
Volevano lasciare la donna nell’Ombra. Ma noi, scegliamo la luce.
Fonti e approfondimenti:
• 10 donne che hanno rivoluzionato la scienza
• Watts, Edward. Ipazia: La vita e i tempi dell’ultima grande filosofa., Ed. Il Saggiatore, 2019
• Gimbutas Marija. Il linguaggio della Dea: Scavi archeologici e rinnovata interpretazione del simbolismo neolitico, Ed. Il Giardino dei Libri, 2023
• Lerner Gerda. La creazione del patriarcato, Ed. Il Saggiatore, 2025
• Cavallo Francesca e Favilli Elena, Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie, trad. di Loredana Baldinucci, Mondadori, 2020.
• Perez Caroline. Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano, trad. di Carla Palmieri, Einaudi, 2020.
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