Tutti conoscono il mito di Medusa. Ovidio nelle Metamorfosi narra che un tempo, era una bellissima sacerdotessa di Atena, abusata dal dio Poseidone proprio nel tempio della dea.
Atena, offesa da questa profanazione, punì Medusa e la trasformò in un mostro con serpenti al posto dei capelli e uno sguardo capace di pietrificare chiunque incrociasse il suo sguardo.
Alcuni millenni prima della Grecia classica, nella civiltà minoica e micenea, Medusa non era un mostro.
Era una manifestazione del sacro femminile sotto la forma di dea-serpente.
Una lettura del mito tra simbologia e ermeneutica
Per leggere il mito di Medusa nella sua interezza occorrono due lenti che si sovrappongono senza escludersi. La prima è storico-culturale: le ricerche di Marija Gimbutas sulla Grande Dea neolitica ci permettono di riconoscere in Atena e Medusa i due frammenti di una divinità più antica, separati dalla violenza culturale delle civiltà indoeuropee. Senza questa chiave, la trasformazione di Medusa rimane una storia di punizione individuale che ci risulta quasi incomprensibile: perché la dea della saggezza per antonomasia dovrebbe punire una vittima?
La trasformazione di Medusa diventa la memoria simbolica di una frattura collettiva: la scissione del sacro femminile in una parte accettabile: la dea olimpica/celeste della saggezza, e una parte espulsa, mostruosa, pericolosa, ctonia.
La seconda lente è ispirata alla visione archetipica junghiana, che ci offre il concetto di Ombra per leggere ciò che accade quando un contenuto della psiche non viene integrato ma represso. Il mito di Medusa secondo questa mia riflessione è sia testimonianza di una violenza culturale che mappa di un processo interiore. In realtà, a mio parere narra della stessa dinamica ma a livelli diversi: una scissione e reintegrazione.
Il suo mito, letto con uno sguardo simbolico, tra passato e futuro, ci permette secondo me di riappropriarci di un archetipo potente e della saggezza di cui è portatore, tracciando la genesi del potere di trasformare il veleno in medicina, ma anche una ferita in arma.
La Grande Dea del Neolitico: Atena e Medusa come dea-uccello e dea-serpente
L’archeologa Marija Gimbutas, nel suo libro Il linguaggio della dea, traccia i simboli della Grande Dea dell’Europa antica: si trovano spirali, onde, serpenti, uccelli. Perché spesso la Grande Dea assume un volto doppio: è dea-serpente e dea-uccello.
Così come la dea Atena è spesso rappresentata sotto forma di civetta.
Se il serpente è spesso legato al mondo ctonio, oscuro, terreno, trasformativo, rigenerativo; l’uccello veicola invece un significato celeste, legato alla vita, alla nascita, alla luce.
Sembra quindi che Medusa e Atena siano legate da qualcosa di antico.

Lastra fittile con Medusa dall‘Athenaion di Siracusa, VI secolo a.C. [Fonte: Wikipedia]
Tra i primi documenti scritti del mondo greco ritrovati a Cnosso e Pilo, si parla della dea Atena come “Signora di Atene”. E qui, le sue radici sono già legate alla saggezza sacra e ai serpenti. Quindi non direttamente alla guerra o alla strategia militare.
La guerra arrivò dopo, portata dalle culture che Gimbutas identificò come civiltà Kurgan, che travolse l’Europa antica, operando una stratificazione religiosa che gettò nell’oblio la vera origine di molte dee preistoriche.
La Grande Dea o Madre Terra venne sostanzialmente sostituita da un Padre Celeste onnipotente.
Molte dee vennero amputate dall’aspetto terrifico legato alla trasformazione, aspetto che le rendeva particolarmente potenti, trasformando molte dee superstite in divinità più mansuete legate alla fertilità, alla bellezza, all’amore, e alla maternità.
Atena e Medusa possono essere lette come reminiscenze pre-elleniche di una divinità molto antica, dal volto doppio: la Grande Dea del Neolitico, una Dea della vita e della trasformazione.
Questo aspetto doppio nei miti non è una novità.
Pensiamo per esempio a Inanna ed Ereshkigal nel mito sumerico, dove la dea della luce scende negli inferi e incontra la gemella addolorata, la sua ombra, in un viaggio chiamato Katabasi.
Oppure al mito di Demetra e Persefone, dove la dea delle messi scende nel mondo infero per ritrovare la figlia rapita e svela, nei Misteri a lei dedicati, i segreti della ciclicità della vita.
Molti miti narrano di questo viaggio di discesa, una discesa intenzionale, iniziatica, guidata dal dolore della perdita verso una conoscenza più profonda e la sovranità.
Ma il mito di Medusa è diverso.
La trama della Gorgone non parla di una discesa volontaria, parla di una trasformazione che deriva da una ferita, dalla “coagulazione” dell’Ombra a partire da un trauma.
L’ipotesi Kurgan e Medusa come memoria di una violenza antica
Gimbutas analizzò i simboli della Grande Dea (spirali, serpenti, uccelli, vulve, meandri) come potenze ctonie di vita/morte/rinascita nelle civiltà preindoeuropee , interpretate come matriarcali e pacifiche prima dell’arrivo dei Kurgan ( popoli indoeuropei delle steppe, con una visione strettamente patriarcale).
L’archeologia lituana vide le dee greche come reminiscenze ellenizzate della Grande Dea neolitica.

La dea dei serpenti (Creta, II millennio a.C.) nel palazzo di Knossos. Font: Wikipedia
Se le sue teorie furono a lungo controverse, sembra che le ultime ricerche in archeogenetica le stiano dando ragione. In effetti, è stato osservato una progressiva sostituzione del cromosoma Y nei territori europei, a favore dei geni provenienti dalla cultura Jamna, una civiltà proveniente dalle steppe, racchiuse sotto il termine “ombrello” Kurgan identificato da Gimbutas, indicando quindi una dinamica di ricambio genetico maschile.
Sempre secondo Gimbutas, le civiltà neolitiche europee che veneravano la Grande Dea avevano una struttura sociale maggiormente legata allo scambio, alla collaborazione, mentre le civiltà indoeuropee sembravano, secondo l’archeologa, mostrare comportamenti predatori, in linea con una società patriarcale che venerava dei maschili onnipotenti, di origine celeste.
Molte divinità femminili furono “addomesticate”: private del loro aspetto più terribile e trasformativo. Rimasero dee della fertilità, della bellezza, dell’amore, della maternità, ma si perse qualcosa di fondamentale: la loro dimensione selvaggia, potente, terrifica e ambivalente.
Potremmo quindi leggere nel mito di Medusa forse una testimonianza simbolica della violenza culturale questa volta operata dalle “genti a cavallo” che portarono la guerra, la predazione, e fecero violenza alle “genti della Dea” che l’amputarono del suo volto potente, relegandolo nell’Ombra.
Dopotutto, l’Ombra non è solo un archetipo individuale, ma anche collettivo: anche le civiltà, le società sono guidate da un contenitore psichico condiviso nel quale racchiudere tutto ciò che scuote la coscienza.
Atene, e la disputa tra Atena e Poseidone
Tra Atena e Poseidone non corse mai buon sangue e per capire il mito di Medusa occorre tracciare il quadro nel quale s’inserisce, non come storia a sé, ma come il capitolo di una storia più lunga.
Secondo la tradizione, in particolare nello Pseudo‑Apollodoro, Poseidone e Atena si contendevano il dominio dell’Attica, con la capitale che ancora non aveva il nome di Atene.
Zeus decise di far decidere da un tribunale di dodici dèi, o a volta dal popolo guidato dal re Cecrope, assegnando la terra a chi avesse offerto il dono più utile.
Poseidone colpì con il tridente la roccia dell’Acropoli e fece sgorgare una sorgente marina o il primo cavallo secondo altre fonti, simbolo di forza e potenza bellica (e animale totemico delle civiltà delle steppe).
Atena, fece germogliare un ulivo, segno di pace, arti, agricoltura e lungimiranza. Il suo dono fu ritenuto il più utile e benefico e per questo motivo vinse la contesa contro Poseidone, che umiliato, s’infuriò inondando le pianure circostanti e serbando un rancore che avrebbe perdurato nel tempo.
Ma non è tutto. Dalle olive dell’albero era possibile estrarre l’olio d’oliva, indispensabile per la luce.

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L’ulivo, albero sacro di Atena
Spesso, dietro ogni grande mito si cela un albero sacro, e in questo caso, troviamo una chiave di decodifica del mito proprio grazie all’ulivo, albero sacro ad Atena. Se spesso ci limitiamo alla lettura simbolica legata alla pace e alla saggezza, dimentichiamo anche l’aspetto pratico e vitale che, in una società antica, era legato alla vita stessa.
Le olive sono cibo, ma anche olio, non solo come condimento calorico preziosissimo in una cultura legata all’agricoltura, ma permette anche la conservazione del cibo. Se questo aspetto materiale resta di vitale importanza, ecco che imprime nella mente collettiva un significato legato alla conservazione: vita, immortalità, incorruttibilità e quindi virtù interiore, saggezza, rettitudine.
In epoca minoica (circa 3000–1200 a.C.) l’ulivo è già coltivato in maniera intensiva a Creta. Benché manchino testi espliciti, la presenza di immagini di olivi e l’uso di olio in contesti rituali suggerisce che la pianta fosse vista come benedetta, legata alla prosperità della comunità e alle pratiche di offerta e purificazione.
Nel mondo greco classico invece, l’ulivo è considerato una pianta sacra, legata soprattutto ad Atena ma anche a offerte comuni come Apollo e Demetra. Sacro agli Dei e agli uomini per le sue infinite proprietà rigeneratrici, l’olio di oliva veniva usato per “ungere” ritualmente, applicando un velo protettivo contro il male ed il peccato.
Per quanto riguarda invece il ramo d’ulivo, è simbolo di tregua, riconciliazione e pace. Il legame con Atena rafforza il significato di olio come “dono divino” a favore della civiltà: sapienza, arti, agricoltura e vita pacifica, contrapposte a un potere bruto, bellicoso, imprevedibile come quello di Poseidone.
La decisione e il nome di Atene
Il popolo, con il voto determinante delle donne (e anche qui la lettura simbolica è interessante visto ciò che è stato detto in precedenza sul ricordo delle dee neolitiche e le strutture ginocentriche) giudicò il dono di Atena superiore, perché più duraturo e utile alla vita. Ma simbolicamente, possiamo leggere che preferì la pace e la saggezza alla guerra.
L’albero sacro di Atena, con i suoi innumerevoli significati tra i quali: sostentamento, pace, vita, unzione sacra e rituale, connessione col divino, longevità, e luce nell’oscurità (che riecheggia nella civetta della da, uccello in grado di vedere nella notte), ne fece un simbolo d’elezione con una simbologia particolarmente stratificata. Questa capacità di portare la luce nell’oscurità è proprio la chiave di lettura che ci permette di comprendere il mito.
«Non esiste luce senza ombra, e nessuna totalità psichica senza imperfezione. La vita, per compiersi, ha bisogno non della perfezione, ma della totalità.»
(Carl G. Jung, in Coscienza, inconscio e individuazione)
Poseidone, un dio mutevole
Poseidone è descritto come un dio dal umore mutevole, di natura irascibile e vendicativa, pronto a passare da calma a furia improvvisa, proprio come il mare di cui è meglio non fidarsi mai.
Quando si sente offeso scatena tempeste, maremoti e terremoti per punire e distruggere chi non gli è gradito. Come fratello di Zeus, è consapevole del proprio rango e a volte si scontra con il sovrano dell’Olimpo, arrivando a cospirare contro di lui.
Avendo perso Atene, è logico pensare che Atena rappresentava per lui una figura da abbattere, a maggior ragione essendo la figlia prediletta di Zeus e l’erede, semmai ce ne fosse stato bisogno, al trono olimpico.
Poseidone è vendicativo e ha perso di fronte alla pace offerta da Atena. Profana il suo tempio. Atena, irritata, trasforma Medusa in mostro. Chiunque la guarda negli occhi viene pietrificato. Ci sarebbe anche qui un simbolismo legato al mare potente da affrontare ma non entro per ora nei dettagli.
La profanazione del tempio di Atena
Il mito secondo Ovidio narra che Medusa era sacerdotessa di Atena, ed era conosciuta per la sua grande bellezza e soprattutto per la sua meravigliosa capigliatura. Poseidone , il dio che aveva già perso contro Atena nella contesa per Atene, abusò della sacerdotessa nel suo tempio. Il mito narra che Atena s’infuriò per questo oltraggio e trasformò Medusa in un mostro.
Ma se leggiamo il tempio come corpo, e in molte tradizioni antiche l’edificio sacro è precisamente questo, è una dimora dell’anima, della divinità, allora ciò che Poseidone violò non era semplicemente un edificio, ma era il corpo della dea, il sacro femminile profanato nel luogo più sacro.
Quindi la violazione di Medusa non è un episodio isolato: è il capito di una lunga storia di rivalità, vendetta e potere. E probabilmente non solo al livello mitologico, ma al livello religioso, culturale, e non solo.
Per secoli la trasformazione di Medusa è stata letta come una punizione. Ma vorrei proporre un’altra lettura.
Una donna che ha subito una violenza spesso si rende intoccabile: costruisce muri così alti da non poter essere toccata. Si ritira, si isola per proteggersi. Ho omesso un dettaglio importante che mi appresto a correggere: Medusa significa “Protettrice”. E non a caso, aggiungerei; in questo nome si cela il suo ruolo, la sua funzione primordiale. È la sacerdotessa-protettrice del tempio di Atena. E quando questa protezione viene violata, giunge la collera di chi abitava quel tempio che trasforma la bellezza di Medusa in mostruosità.
Ciò che dall’esterno appare come sfregio può essere, dall’interno, l’ultima forma di protezione possibile. Il nuovo volto di Medusa non invita all’avvicinamento: li blocca dove sono, li pietrifica, li immobilizza attraverso il terrore. Alcuni studiosi vi hanno visto l’allegoria del “freezing”, della paralisi di fronte alla paura. C’è chi lotta, chi fugge, e chi invece resta immobile, come pietrificato.
Grazie al potere di suscitare terrore, il potere terrifico amputato alle dee antiche di cui abbiamo parlato all’inizio dell’articolo, nessuno può possederla più o abusare di lei.
Ciò che Atena le diede in fine dei conti non era una punizione, ma un’arma. Era il recupero di un potere istintivo, selvaggio e dimenticato: quello di suscitare terrore risvegliando il potere del caos dentro di sé.
Ma quindi, se questo potere è utile a Medusa/Atena, perché viene uccisa da Perseo?
Perseo, la chiave mancante
Perseo, è un semi-dio, figlio di Zeus e Danae, salvati dalla acque. È quindi fratellastro di Atena per via divina/paterna.
Acrisio, nonno di Perseo e re di Argo, temeva per le sorti del proprio regno: aveva infatti avuto dalla moglie Aganippe una sola figlia femmina, Danae, e in assenza di eredi maschi non sapeva a chi avrebbe trasmesso il titolo di sovrano. Spinto dal desiderio di conoscere il destino della sua città, chiese all’Oracolo di Delfi come avrebbe potuto avere figli: gli fu predetto che sua figlia Danae avrebbe avuto un figlio dal destino glorioso, ma che sarebbe stato motivo della sua fine.
Preso dal più grande sconforto e terrore, Acrisio rinchiuse la figlia in una torre con la speranza di aggirare la profezia. Nonostante queste precauzioni, Danae concepì un figlio, di Zeus, il quale, trasformato in pioggia d’oro, penetrò attraverso una fessura del tetto e ottenne l’amore della ragazza. (il simbolismo erotico è qui quasi plateale).
Rinchiusa nella prigione con la propria nutrice, Danae poté avere il figlio di nascosto e allevarlo per vari mesi. Un giorno, però, mentre stava giocando, il bambino emise un grido, udito da Acrisio, ancora dall’oracolo, fece uccidere la nutrice e chiudere Danae e Perseo (“Il distruttore”) in una cassa di legno lasciata alla deriva. Vedendo la cassa e credendo che contenesse qualcosa di prezioso, Ditti, fratello di Polidette, re di Serifo, la aprì, vi trovò Danae e Perseo miracolosamente vivi, quindi li aiutò a riprendere le forze e li condusse al cospetto del re che, preso da pietà per i due, offrì loro ospitalità e qui perseo crebbe.
(In realtà, il dovere d’ospitalità era una legge di Zeus punibile con maledizioni varie).
Polidette pensò di eliminare Perseo con un piano astuto: disse di voler sposarsi per il bene del regno e, dopo aver radunato gli amici confinanti e lo stesso Perseo, annunciò i suoi propositi di nozze e chiese a tutti un cavallo come regalo da ognuno dei presenti.
Mortificato perché non possedeva nulla di simile, Perseo affermò che, se il re non avesse più fatto pressione a sua madre Danae, gli avrebbe procurato qualunque cosa avesse chiesto. Polidette gli chiese allora come dono di nozze la testa di Medusa, una delle tre Gorgoni. Le altre erano Steno e Euriale. (Tradotto: “se non puoi darmi la guerra, distruggi la pace” )
Ci ritroviamo quindi di fronte a simboli che riconducono sia a Poseidone (il cavallo) che alla testa di Medusa (Atena). Il cavallo è chiaramente un simbolo di guerra. Lo ritroviamo nelle culture Kurgan studiati da Marija Gimbutas che avevano una cultura prettamente bellica e patriarcale.
Perseo si trova qui in difficoltà: non risponde alla richiesta del re, ma esso propone un’alternativa: uccidere Medusa, simbolo legato ad Atena.
Ma Perseo è fratellastro di Atena per via paterna-divina ed è qui che il mito si fa interessante.
Medusa, ad un livello simbolico, rappresenta l’Ombra di Atena, la trasformazione oscura del numinoso che viene profanato, degradato. Medusa verrà decapitata e questo fatto viene spesso definito come semplice uccisione. Vorrei qui proporre una lettura diversa, d’impronta più simbolica.
L’aiuto degli dei
Innanzitutto, Perseo viene aiutato nella sua impresa da Atena in persona, la sua sorellastra. Ella gli fornirà uno scudo, liscio come uno specchio, con la raccomandazione di non guardare direttamente Medusa negli occhi, ma solo il riflesso (e qui alcuni studiosi junghiani affermano che riflette la necessità di approcciarsi all’Ombra di lato, per riflessione). Ermes gli fornì l’harpe, il falcetto adamantino; lo stesso usato da Cronos per castrare Urano. Quella castrazione portò alla nascita di Afrodite e al cambio di potere.
In seguito, l’eroe dovrò procurarsi, non senza difficoltà, tre oggetti di potere:
• I sandali alati per spostarsi a gran velocità. Simboleggia la velocità di pensiero
• Una sacca magica per riporvi la testa recisa della Gorgone (la kibisis). La sacca può simboleggiare l’utero, il grembo, il ritorno all’origine.
• L‘elmo di Ade che rende invisibile (kunè), legato alla dimensione dell’oltretomba, al quale poi Medusa apparterrà come guardiana dopo il suo trapasso.
Il mito prosegue, con l’incontro con delle tre Graie, sorelle delle tre Gorgoni, che svelano a Perseo dove recuperare questi oggetti. Personalmente, vedo in quelle tre figure grigie, custodi di segreti e verità nascoste che condividono un solo occhio e un solo dente, l’aspetto oscuro delle tre Moire, le dee del Destino.
Da una parte abbiamo tre figure tessitrici, ognuna con uno strumento proprio che lavorano sullo stesso filo, mentre dall’altra ritroviamo altre tre sorelle che condividono invece lo stesso strumento per, ognuna, svelare i segreti nascosti nella trama tessuta dalle Moire. Sembra che dove le prime creano il filo, le altre tre creano i nodi che tengono i fili uniti. Ma è solo un’ipotesi personale.
La decapitazione rituale di Medusa
Molte culture indigeno‑animiste considerano la testa come la parte più “densa” di forza vitale. La testa è per molti la sede dell’anima, del pensiero, della volontà e dell’intento di relazione con il mondo degli Spiriti, e separarla dal corpo è un atto di trasformazione, non solo di annientamento.

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Tra sacrificio e liberazione
In alcune tradizioni tantriche e ascetiche, la decapitazione è addirittura un’immagine di liberazione dal peso dell’ego: perdere la testa significa abbandonare la mente separata, il pensiero dualistico, la paura della morte, per accedere a una coscienza più ampia.
Anche in riti di guarigione, la “mozione” simbolica del capo (o del sangue che sgorga dalla testa) può rappresentare:
• l’espulsione di un male che “si annida in alto” (visione, pensiero, parola);
• il sacrificio di un aspetto dell’individuo che viene poi trasformato in energia benefica per la comunità.
In questa ottica, che riguarda un certo livello interpretativo di questo mito, la decapitazione di Medusa, intesa come l’aspetto Ombra di Atena rivela una pratica di liberazione.
Infatti, la testa di Medusa continuerà a proteggere le donne dai mostri e uomini. La prima sarà Andromeda, che verrà salvata dal mostro Ketos, un mostro che personificava l’aspetto oscuro del mare e secondo alcune versioni del mito, Ketos era anche la madre di Medusa. E qui il mito potrebbe svelare un messaggio molto interessante che ci riconduce a Poseidone: l’aspetto oscuro delle profondità oceaniche, che al livello psicologico rappresentano l’inconscio, è ciò che creò Medusa. Ma quelle profondità, le ritroviamo anche in Atena, figlia di Metis, un Oceanide a punto, legata all’intelligenza, e prima moglie di Zeus. Sia Medusa che Atena sembrano quindi condividere un’ascendenza acquatica antecedente a Poseidone, dio del mare. La seconda donna sarà la madre di Perseo, Danaè.
La decapitazione operata da Perseo induce la liberazione dell’energia psichica. Medusa era stata privata dalla voce, il suo volto era ornato da una smorfia terribile e la bocca da zanne di cinghiale, simboleggiando il furore e la violenza dell’animale. La decapitazione apre la gola, libera l’urlo di dolore represso, e con esso il contenuto congelato, pietrificato, che abitava il suo mondo.
La morte di Medusa e la nascita dei suoi figli
Dalla testa mozzata della Gorgone nasce poi Pegaso, il cavallo alato e Crisaore “dalla spada d’oro”, entrambi figli di Medusa e Poseidone, e vi riconosciamo qui simbolici maschili sublimati.

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Il cavallo di Poseidone acquista la purezza (colore bianco) e la trascendenza spirituale (le ali), mentre il gigante Crisaore è portatore di un simbolo fallico e guerriero (la spada) ma nobilitato d’oro, un metallo prezioso che simboleggia la perfezione, l’eternità, la gloria, la luce.
Pegaso e Crisaore mostrano entrambi la sublimazione del maschile: da una parte l’elevazione del pensiero (Pegaso), e dall’altro la spada fallica non più macchiata dall’abuso ma irradiata di luce (Criasore). E nel mentre il sangue di Medusa scorre, prende forma il pharmakon, la Medicina.
Molte volte si definisce Asclepios come padre della Medicina, sarebbe più corretto affermare che se la medicina ha un’ascendenza, questa risale a Medusa!
E qui ci ricongiungiamo con l’aspetto rituale della decapitazione che trasforma i contenuti psichici in energia benefica. L’Ombra di Atena (Medusa) finalmente liberata, permette la nascita di simboli pacificatori. Pegaso e Crisaore escono dal collo di Medusa. Atena invece nacque dalla testa di Zeus. Ci sono somiglianze interessanti dunque.
Ma il figlio più importante di Medusa non è né Pegaso, né Crisaore. È il pharmakon.
L’Ombra è il veleno che può diventare medicina
Dopo l’uccisione/liberazione di Medusa, giunge finalmente Atena. Ella dona due fiale di sangue, il Pharmakon, a Asclepios (Esculapio): il sangue dalla vena destra da la vita, mentre quello dalla vena sinistra da la morte.
Un aspetto un po’ dimenticato è l’azione stessa di Atena che apre una finestra interpretativa sul senso ambivalente ad numerosi livelli di lettura di questa storia: Atena da. E qui il greco antico ci offre un significato duplice. Deriva dal greco dósis (δόσις), che significa “il dare” o “porzione”. Il termine ha origine dal verbo greco dídōmi (δίδωμι), “io do”, indicando originariamente la quantità di farmaco somministrata.
Quindi l’atto ci pone di fronte a due significati (di nuovo):
• La dose.
• Il dono.
E l’unione di questi significati porta alla nascita della Medicina, dell’arte della guarigione. Tuttavia, se siamo abituati al concetto di dose, scordiamo l’aspetto del dono, la chiave nascosta dell’arte medica costituita dalla relazione.
Asclepios, l’antenato degli Iatromanti
Nel mito, la guarigione si basa su una relazione da pari a pari. Atena/Medusa avrebbe potuto essere la dea della medicina, ma fa dono del pharmakon ad Asclepios, un semi-dio mortale. Se l’arte viene ricevuta tramite ciò che Atena e Medusa simboleggiano, la medicina passa, agisce, tramite una relazione orizzontale (da mortale a mortale) e non verticale (da immortale a mortale), anche se il semi-dio fa da ponte sul piano comunicativo, così come tutte le figure legate alla guarigione: sciamani, Medicine-men/Woman, Iatromanti, o ancora i Wu (巫).
In tutte le culture si tratta di mortali capaci di viaggiare tra i mondi e accedere al mondo degli dei e ricevere da loro indicazioni pratiche.
Gli unici casi di guarigione diretta da dio a mortale è, in Grecia, tramite l’incubazione, il sogno di guarigione che i malati possono ricevere dormendo nel templi. Famoso era quello di Asclepios, che, ironia della sorte, morì folgorato da Zeus proprio perché era in grado di riportare in vita i moribondi.
Il sogno comunque è un viaggio nei mondi dell’invisibile, così come il viaggio spirituale nei mondi superni, al contrario l’incorporazione della divinità che fa scendere il dio o la dea in un corpo mortale in trance.
Il mito ci mostra che la medicina (l’arte della guarigione) ha origini divine: è Atena a individuare l’uso del pharmakon, a prelevarlo, a donarlo. Trasmette poi la conoscenza all’uomo che ne farà uso secondo questa trasmissione. Famoso sarà il suo simbolo: il serpente attorno al quale si attorciglia un serpente, in ricordo dell’origine della medicina. (con tutta la simbologia del serpente che qui non approfondirò. Ma se t’interessa approfondire, ti consiglio il libro dell’archeologo Jeremy Narby “Il serpente cosmico”.
L’Ombra come pharmakon archetipico nella nostra vita
Giunti a questo punto, Medusa è stata decapitata. La sua testa mozzata viene raccolta da Perseo che proseguirà le sue avventure, al termine del quale la testa di Medusa verrà restituita a Atena che la porterà sempre con sé sull’egida, proteggendola. Medusa viene simbolicamente incorporata, integrata in Atena.
Torna il volto doppio: dea-uccello e dea-serpente, il ricordo dell’ambivalenza della Grande Dea.
Ma fermiamoci un attimo sul pharmakon perché il mito diventa un trattato di psicologia profonda che illustra le dinamiche interiori legate al dolore, all’Ombra, all’integrazione.
Il pharmakon è già in sé stesso ambivalente: è sia veleno che medicina. Quello che determina l’uno o l’altro non è la natura della cosa, ma l’atto del dare e la dose. Nel mito infatti viene espresso come δόσις, la dose, la misura, ma anche l’atto di donare. E il donare è legato a quel principio senza il quale la vita non è possibile: la relazione, relazione tra sé e gli altri, tra dentro e fuori, tra individuo e collettività, tra divino e terreno,…
Secondo questa lettura simbolica del mito, Medusa “la protettrice” incarna l’Ombra e il suo sangue, la sua linfa vitale, pulsante, è il pharmakon. Senza δόσις, il pharmakon resta veleno. Con δόσις, può diventare medicina.
E abbiamo appena assistito ad una forma di relazione tra Perseo e Atena, una relazione fraterna che porta simbolicamente alla liberazione brutale, ma anche alla nascita e al cambio di potere.
I significati del pharmakon: veleno, medicina, capro espiatorio
Nella Grecia antica esisteva il pharmakon: il veleno/medicina, ma anche il pharmakos.
Il pharmakos era una vittima sacrificale di un rito d’espiazione collettiva. Infatti René Girard nel suo libro La violence et le sacré (qui il pdf) indica che la città d’Atene teneva in seno alcune persone dal destino segnato dal destino: vagabondi, criminali, infermi,… che usava come capro espiatorio e vittima sacrificale. Il malcapitato era lapidato in un rituale cruento, eliminando con loro le disgrazie della città.
Durante la festa di Targelie, celebrata a maggio in onore di Apollo, due pharmakoi, uno adornato con una collana di fichi bianchi, l’altro con una collana di fichi neri, venivano scortati attraverso la città e colpiti con rami di fico e gambi di cipolla per poi essere cacciati dalla città per portare via con sé le impurità della comunità.
Ciò che è interessante notare è che simbolicamente, ritroviamo i tre significati del pharmakon nell’Ombra.
• Veleno: è il contenuto di tutto ciò che non vogliamo, che reputiamo in qualche modo nocivo per noi in un determinato tempo.
• Capro espiatorio: proiettiamo la nostra Ombra sugli altri
• Medicina: l’integrazione dell’Ombra, anche se è un processo amaro e talvolta doloroso, ci rende più forti.
Il mito ci offre numerosi insegnamenti, che possiamo osservare e integrare per comprenderci meglio, per capire le dinamiche che si muovono nella nostra vita, in quanto illustrano dinamiche archetipiche che ci abitano tutti.
Ognuno di noi serba in sé un pharmakon, l’Ombra, qualcosa che può essere sia bene che dolore.
Ciò che il mito ci mostra è che il potenziale incubato nell’Ombra, se non trova una relazione attraverso cui manifestarsi, si inverte. Ma è vero anche il contrario: ciò che fa male, il veleno, può diventare medicina.
Conclusione della lettura simbolica del mito di Medusa

Al termine di questa epopea, ti propongo di ricollegare assieme i puntini perché le cose dette sono molte per un articolo web che assume le dimensioni di un breve saggio, ecco perché cercherò di fare un breve riassunto.
In un passato arcaico esisteva una Grande Dea declinata in forma di dea-serpente e dea-uccello. Entrambe le forme erano aspetti della stessa divinità. Nel mito di Medusa ritroviamo entrambe:
• Medusa come dea-serpente
• Atena come dea-uccello
Medusa, la “protettrice”, è sacerdotessa del tempio di Atena. Ma il tempio, simbolicamente, è abitato dalla divinità, così come il corpo è abitato dall’anima.
Poseidone profana il tempio di Atena attraverso la violenza su Medusa, “Colei che protegge”. Atena si infuria e trasforma Medusa in un essere che pietrifica chiunque osi guardarla, ma non per punirla, bensì per offrirle un’arma di difesa. La violenza riattiva l’aspetto selvaggio, terribile della dea dimenticata, il potere sepolto nell’Ombra.
Cosa ci svela questa lettura simbolica del mito di Medusa?
Ci dice che Medusa rappresenta l’Ombra di Atena, e attraverso la decapitazione, si riappropria del volto dimenticato, potente e selvaggio della trasformazione che indosserà da quel momento in poi. Integra la sua Ombra mostrandola apertamente.
L’Ombra è un archetipo presente in ognuno di noi e spesso viene intesa come parte oscura o malvagia, con il quale è spesso difficile relazionarsi perché è il contenitore di tutto ciò che abbiamo rifiutato di noi, nel bene e nel male. È la parte non conosciuta di noi stessi, quella che abbiamo dovuto nascondere per sopravvivere.
Perché guardarla fa male.
Ma cosa accade quando smettiamo di fuggirla e iniziamo a integrarla?
Si raggiunge probabilmente uno degli attributi più importante della dea Atena: la saggezza, la capacità di tessere il proprio destino, l’arte pratica,… e molte altre cose ancora da scoprire.

La dea Atena, con la maschera della Gorgone. Museo archeologico nazionale di Napoli. Fonte: Wikipedia
Fonti:
• Eric R. Dodds, i Greci e l’irrazionale, Bur, 2023.
• C. Michael Smith, Jung e lo sciamanesimo. L’anima tra psicanalisi e sciamanesimo, Ed. Amrita, 2014.
• Carl G. Jung, Coscienza inconscio e individuazione, Bollati Boringhieri, 2024.
• Marija Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Le civette di Venexia, 2008.
• Jacques Derrida, La farmacia di Platone, Ed. Jaca Book, 2015.
• Jeremy Narby, Il serpente cosmico, Venexia, 2007.
• René Girard, La violence et le sacré, Editions Bernard Grassei, 1972. (Disponibile in pdf)
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