Quando pensiamo alla maturità, alla crescita personale, l’immagine che spesso ci viene in mente è quella di una persona seria, composta, che ha tutti gli aspetti della vita sotto controllo. Un’esistenza rigorosa, adulta e, per molti versi, priva di gioia spontanea. Ma è proprio in questo rigore che rischia di perdersi la scintilla della vita, quella sana follia che ci rende umani, oltre alla saggezza nascosto nel gioco sacro.
Il famoso psicologo Donald Winnicott sosteneva invece che il gioco è un segno di ottima salute mentale, una frase che scardinò la mia visione del mondo e, anni dopo, divenne la bussola del mio percorso.
Ci hanno insegnato fin da piccoli a mettere da parte la nostra natura giocosa: “Non toccare che ti sporchi!”, “Non correre che sudi!”, “Siediti, fai il bravo!“. Ogni nostro impulso alla spontaneità e alla scoperta veniva etichettato come infantile, irresponsabile, persino inutile. A furia di comportarci da adulti, di stare con la schiena dritta e di sopprimere le emozioni, diventiamo macchine in un mondo in bianco e nero. Ma la nostra anima non ha mai dimenticato i colori.
Il gioco sacro e la spontaneità come rito personale
Ricordo chiaramente un pomeriggio di pioggia, un’esperienza che ha segnato la mia vita e il mio percorso personale per sempre e che ricordo ancora oggi con gioia. Stavo facendo jogging e di colpa il cielo ha iniziato ad annuvolarsi e a brontolare. Non sono una grande corritrice ma ho accelerato il passo per arrivare prima a casa. Spoiler: non è servito a nulla!
Mi sono ritrovata sotto l’acquazzone, completamente fradicia. Non vedevo l’ora di tornare a casa. Mentre correvo, vidi davanti a me una pozzanghera enorme. Da bambina adoravo saltare nelle pozzanghere ma venivo sgridata perché ovviamente mi bagnavo le scarpe. In quell’attimo, la voce della mia bambina interiore, sussurrò: “Salta!“. Ma un’altra, più adulta e seria rispose con tono secco: “Ti bagnerai le scarpe!“.
Io, nel mezzo, mi disse “Tanto, sono già fradicia dalla testa ai piedi e sono io a lavare i panni e i pavimenti!” Ho preso la rincorsa e mi sono lanciata a piedi giunti in quella pozzanghera, sotto l’acquazzone e lo sguardo perplesso degli automobilisti bloccati sotto la pioggia battente. È stata pura gioia! Era talmente divertente, e la situazione, così buffa, che finì per ridere a crepapelle sotto la pioggia con mio marito che lui non vedeva l’ora di tornare all’asciutto. Ero felice. Fradicia ma felice.
Per me, è stato un atto di pura gioia e ribellione, un momento di gioco sacro. Da quel momento, ho iniziato a rimettere in questione quella tendenza a privarmi degli attimi di pura giocosità. Ho riconsiderato il gioco come porta verso la gioia e la creatività.
Ho capito in quell’istante che il gioco non è inutile, ma un atto di profonda alchimia spirituale. Quel salto è stato un piccolo, potente rito di affermazione della mia verità, del mio diritto ad essere a modo mio, con le mie stravaganze, gioie e comprensioni profonde.
Il gioco come linguaggio della Saggezza

Se il mio atto nella pozzanghera fu un rito improvvisato, molti giochi che conosciamo oggi sono in realtà i residui di antichi sistemi di conoscenza esoterica. Non sono semplici passatempi, ma veicoli per la trasmissione di un sapere spirituale. Fra questi, pochi hanno mantenuto le loro radici sacre come gli scacchi e i tarocchi.
Il Gioco dell’Oca, il gioco sacro della reincarnazione
Molto prima di essere un passatempo per bambini, il Gioco dell’Oca era un’allegoria del viaggio spirituale. Il suo percorso a spirale, dal punto di partenza verso il centro, simboleggia un percorso iniziatico. Le caselle non sono neutre: ci sono benedizioni (come le caselle “Oca”) che permettono di avanzare, ma anche trappole (come la “Prigione” o il “Pozzo”) che costringono a una sosta, a una riflessione forzata. È una metafora perfetta della vita: un cammino non lineare, fatto di alti e bassi, dove ogni ostacolo è un’opportunità di crescita e ogni sosta è necessaria per consolidare la conoscenza.
Gli Scacchi
Considerato un gioco di strategia per menti eccelse, il suo antenato indiano, il “Caturanga”, era uno strumento di contemplazione. La sua struttura numerica e geometrica, basata sul numero 4, rifletteva l’ordine cosmico: quattro erano le figure dell’esercito indiano (fanteria, cavalleria, elefanti e carri) e 4×4 le caselle.
La scacchiera stessa, con le sue 64 caselle nere e bianche, è un antico mandala, una rappresentazione del mondo nella sua complessità e nelle sue leggi universali. Ogni casella, come nel Vastu Purusha Mandala vedico, è pregna di un’energia specifica che il ricercatore spirituale cercava di decifrare. Se vuoi saperne di più, leggi anche: “L’affascinante simbolismo iniziatico degli scacchi”.
I Tarocchi
I Tarocchi, usati per giocare a Briscola e altri giochi, sono in realtà un “libro di gioco” iniziatico. Mentre gli Arcani Maggiori raccontano il viaggio archetipico del Matto, sono gli Arcani Minori e le figure a rivelare la concretezza del nostro percorso quotidiano. I quattro semi (Coppe, Spade, Bastoni, Denari) non sono solo simboli, ma le manifestazioni dei quattro elementi e delle nostre esperienze: le Coppe per le emozioni e le relazioni, le Spade per la mente e le sfide, i Bastoni per la creatività e la passione, e i Denari per il corpo e il mondo materiale.
Le figure (Fante, Cavaliere, Regina, Re) sono gli archetipi che incontriamo nella vita o le parti di noi stessi che dobbiamo padroneggiare. Giocare con i Tarocchi significa interagire con le dinamiche della nostra anima, riconoscere i personaggi e le sfide del nostro cammino e trovare la saggezza per muoverci attraverso di esse.
Riscoprire la sacralità del gioco
La nostra civiltà ha desacralizzato il gioco, riducendolo a un semplice passatempo. Ma se re-imparassimo a vederlo per quello che è, un’espressione di magia simpatica? Saltare in una pozzanghera per accogliere il fango della vita, giocare a un antico gioco per comprendere il proprio destino, sono tutti atti che, compiuti con consapevolezza, diventano rituali.
La creazione è magia, la guarigione è magia, e il gioco è la via più immediata per accedere a questa magia. Non sono pozioni o incantesimi oscuri, ma il coraggio di essere autentici, di lasciarsi andare, di ridere a pieni polmoni in mezzo a un acquazzone. Il gioco non è l’antitesi della serietà, ma il suo complemento essenziale, il modo in cui l’anima si nutre e fiorisce.
Spero che questo testo ti ispiri a riscoprire il tuo fuoco interiore attraverso l’atto del gioco sacro. Che tu possa trovare la tua pozzanghera, la tua scacchiera, o un qualunque altro modo per far germogliare in te quella giocosa scintilla di divinità e la sua arcana saggezza!
(Articolo scritto il 3 settembre 2013 e aggiornato al 3 settembre 2024)
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2 Comments
A me mi piace camminare sulla neve e saltare per lasciare le miei impronte di piedi
Grandissima!!! E dei tuoi storici pupazzi di neve, ne vogliamo parlare? 😉
Un abbraccio