Nel gruppo FB Sciamanesimo in Veneto è nata una discussione illuminante che parte da un post . Il tema centrale? Il perché molti occidentali si sentano attratti dalla via sciamanica, un argomento che ha fatto emergere due punti interconnessi e fondamentali:
- Il desiderio di riconnettersi con le nostre radici.
- Il cruciale problema dell’appropriazione culturale.
Questi due aspetti sono intimamente legati, come due facce della stessa medaglia.
La pratica sciamanica è legata alla Terra
La pratica autentica di ogni forma di sciamanesimo affonda le sue radici in una terra specifica, in un territorio unico, in un’interazione vitale e spirituale con la trama della vita che lo anima. È un legame profondo e viscerale. Quando veniamo al mondo in una determinata area del pianeta, il nostro stesso corpo si forma in simbiosi biologica con essa.
Il corpo che ci è donato si plasma dal corpo di nostra madre, un corpo a sua volta nutrito dall’energia della terra che calpesta e la sostiene, dall’acqua che beve, dall’aria che respira. I minerali del suolo si integrano in noi, costruendo le nostre ossa, i nostri tessuti nel santuario del grembo materno.
Questa saggezza è condivisa da innumerevoli culture che riconoscono negli Spiriti del luogo i loro preziosi Alleati comunitari. Noi, in Italia, abbiamo in gran parte smarrito questa intima connessione, e questa perdita è una ferita silenziosa che ci portiamo dentro. Ci sono eccezioni, com’è il caso delle Isole che hanno conservato gran parte del bagaglio ancestrale, probabilmente grazie alla lontananza geografica dell’entroterra che ha probabilmente subito maggiormente il giogo della censura (per non dire altro). Spesso, nel tentativo di recuperare frammenti di questa memoria ancestrale, rischiamo di proiettare questa ferita sul mondo, causando involontariamente ulteriore sofferenza.
Il profondo desiderio di colmare questo vuoto ci spinge, comprensibilmente, verso quelle culture che custodiscono ancora le chiavi d’accesso a questa memoria. Ed è qui che si insinua un pericoloso fraintendimento all’interno della comunità core- e neo-sciamanica occidentale: si confonde il come ricordare con il cosa, scivolando nell’errore di “prendere in prestito” – o, diciamolo chiaramente, “rubare” – tecniche native senza il dovuto permesso, senza consenso, appropriandosi di una conoscenza sacra in modo irrispettoso e predatorio.
È un termine forte, ne sono consapevole. Ma la lucidità è fondamentale per non cadere in questa trappola insidiosa.
Il problema dell’appropriazione culturale nella pratica nel core- e neo-sciamanesimo
Riconoscere il confine sottile tra l’appropriazione culturale e una pratica occidentale autentica non è sempre immediato. Tuttavia, esistono punti chiave che possono illuminare il nostro cammino.
Non ho la presunzione di offrire una disamina esaustiva, sono ben consapevole dei miei stessi limiti e del lungo percorso di apprendimento che mi attende. Ma desidero condividere ciò che ho compreso in un decennio di pratica, con l’umiltà di chi sa di avere ancora moltissimo da imparare.
Il punto di partenza cruciale è Lei: il contatto primario con la nostra Terra.
Per fare un esempio concreto, si parla di appropriazione culturale quando una pratica nativa sacra viene riproposta al di fuori della comunità a cui appartiene (decontestualizzazione), senza il suo esplicito consenso (mancanza di rispetto) e senza la guida autorevole e competente di un custode nativo (assenza di lignaggio). Questo accade soprattutto quando tale pratica viene estrapolata dal suo contesto sacro e dal suo significato originario, venendo riproposta per scopi puramente estetici (la ricerca dello scatto “instagrammabile“), commerciali (sfruttando un trend) o per altre motivazioni superficiali (mercificazione).
Riconoscere il confine dell’appropriazione culturale: domande da fare
Questi riti, queste cerimonie, sono il frutto di secoli di storia, di una trasmissione orale e pratica da maestro ad allievo che spesso dura decenni. Chi siamo noi per prenderli a prestito con tanta leggerezza?
Pertanto, è essenziale porsi alcune domande scomode ma necessarie:
- Ho ricevuto un addestramento specifico e approfondito da un insegnante nativo riconosciuto per praticare questo particolare rito, pratica o cerimonia?
- Ho sviluppato un contatto autentico e profondo con gli Spiriti Alleati che sostengono questa pratica?
- Comprendo e trasmetto l’integrità del significato culturale e spirituale che questo rito o cerimonia veicola?
- La mia pratica nasce da un reale rispetto per questa tradizione, perché sto percorrendo quella Via con dedizione e umiltà?
Lo stesso principio si applica all’uso irrispettoso di Piante Maestre, Alberi Sacri e altre entità spirituali venerate in diverse tradizioni.
Cosa siamo chiamati a fare nella nostra pratica oggi?
Attraverso l’appropriazione culturale di pratiche spirituali, rischiamo di perpetuare una ferita storica: quella dell’Occidente che depreda le comunità native, spostando il campo dalla sfera materiale a quella spirituale. E così, manchiamo al nostro dovere di riparazione, che inizia con l’ascolto profondo e la comprensione delle voci native, tessendo ponti di comunicazione autentica.
Se i popoli nativi ci offrono la loro saggezza e le loro tecniche per aiutarci a ricordare le nostre radici perdute, il nostro dovere è farne un uso sacro per riscoprire il sapere della nostra terra, del nostro specifico territorio. Se ci mostrano come ascoltare Madre Terra, il nostro compito è sintonizzarci con la voce che sussurra sotto i nostri passi da millenni, una voce che la storia (politica, religiosa, culturale…) ha tentato di soffocare.
Questo potrebbe essere un modo autentico per onorare la conoscenza nativa: non imitando superficialmente antiche pratiche altrui, ma coltivando un contatto diretto con gli insegnamenti che Madre Terra ci offre qui e ora.
Riusciremo a recuperare integralmente le antiche pratiche delle nostre terre? Forse no, o forse solo in parte. Onestamente, non lo so. Ma questo non significa che dalle ceneri delle nostre tradizioni dimenticate non possa germogliare qualcosa di nuovo, di altrettanto sacro e potente, rispettoso di questa Terra che ci accoglie e sostiene.
Gli Spiriti che guidavano i nostri antenati sono ancora presenti. Possiamo tornare a tessere quel legame spezzato, imparando da loro con umiltà, sacralità e profonda gratitudine.
Questo implica forse che non dobbiamo studiare la nostra storia, conoscere a fondo il nostro territorio? Assolutamente no! Anzi, significa che abbiamo un immenso lavoro di ricerca e di riscoperta da compiere.
→ Leggi anche: L’antica memoria dello sciamanesimo europeo
Perché è proprio da questa base solida che possiamo costruire una sponda autentica di quel ponte tra culture. Dobbiamo ripartire da qui, recuperando le nostre antiche storie, le vestigia delle pratiche sopravvissute nel nostro folklore, nelle nostre leggende, nelle nostre tradizioni popolari. Perché qui, ve lo posso assicurare, giace un tesoro di conoscenza inestimabile!
Con l’aiuto dei nostri Fratelli e Sorelle del Mondo, possiamo intraprendere questo viaggio di riscoperta, radicandoci nella nostra terra, aprendoci al contatto con gli Alleati che la abitano e che attendono, da tempo immemorabile, i nostri canti, le nostre danze, le nostre sacre cerimonie.
È questo il messaggio che probabilmente cercano di trasmetterci. Dobbiamo riscoprire le nostre radici, chi siamo veramente. Ciò non significa ovviamente non rispondere all’autentica chiamata di una via tradizionale se siamo realmente intenzionati ad imparare con umiltà, impegno e profondo rispetto una tradizione, ci mancherebbe.
Ma una cosa non impedisce l’altra. La nostra terra chiama e abbiamo un dovere nei suoi confronti.
Se sentiamo la chiamata verso la Via Sciamanica, non è perché siamo dei privilegiati, ma perché abbiamo un compito da svolgere.
Forse in questo senso smetteremo di proiettare sul mondo la ferita culturale che ci portiamo dietro da secoli. E inizieremo un autentico cammino di guarigione, costruendo ponti di comprensione e rispetto, luoghi di scambio, invece di distruggere e depredare.
→ Condivi la tua esperienza e i tuoi pensieri nei commenti. Credo che un dialogo aperto e consapevole sia il primo passo verso una pratica più etica e autentica.
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